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Torna spesso d’attualità il tema riferito all’obbligo di qualificazione delle imprese che si candidano ad eseguire lavorazioni specializzate, quand’anche le stesse concorrano in qualità di esecutrici di Consorzi Stabili.

Sul punto abbiamo già riferito su questo portale dell’applicabilità del cd. cumulo alla rinfusa per quanto attiene alle lavorazioni ricadenti nelle cd. SIOS, siccome elencate dall’art. 2 del D.M. n. 248/2016.

In altri termini, l’indirizzo prevalente si è orientato nel senso che non può invece invocarsi a carico del singolo consorziato, indicato in gara come esecutore dell’appalto, l’onere di essere a sua volta in possesso dei requisiti di partecipazione, poichè ragionando “in questo senso verrebbero svuotate la finalità pro concorrenziali dell’istituto del consorzio stabile, oltre che il suo stesso fondamento causale, enunciato dall’art. 45, comma 2, lett. c), del Codice dei contratti pubblici, ed incentrato sullo stabile apporto di capacità e mezzi aziendali in una «comune struttura di impresa» deputata ad operare nel settore dei contratti pubblici ed unica controparte delle stazioni appaltanti, secondo quanto previsto dall’art. 47, comma 2, del Codice (cfr. Cons. Stato, V, 2 febbraio 2021, n. 964; 11 dicembre 2020, n. 7943)”.

Di diverso tenore, di contro, risultano le Decisioni del Giudice Amministrativo nei casi in cui l’oggetto della commessa sia attratto all’ambito dei cd. beni culturali, per i quali resistono le caratteristiche di “straordinarietà” (ancor più rilevate della superspecilità) dettate dall’art. 146 del Codice dei contratti pubblici.

Dunque, come rilevato dal Giudice d’Appello è proprio la norma in esame ad escludere che nei contratti in materia di beni culturali i consorzi stabili possano qualificarsi con il meccanismo del cumulo alla rinfusa, trattandosi di disposizione “di stretta interpretazione” a carattere derogatorio rispetto al sistema ordinario (cfr. Cons. giust. amm. Sicilia, sez. giurisd., 22 gennaio 2021, n. 49).

In un recentissimo arresto, il Consiglio di Stato (cfr. sez. V, 17.3.2022 n. 1950) è tornato sul tema rappresentando che “non è in discussione la generale operatività del “cumulo alla rinfusa” per i consorzi stabili che, quindi, ferma restando la possibilità di qualificarsi con i requisiti posseduti in proprio e direttamente, possono ricorrere anche alla sommatoria dei requisiti posseduti dalle singole imprese partecipanti, come chiarito ormai dall’art. 47, comma 2, dello stesso codice dei contratti pubblici (così Cons. Stato, V, 27 agosto 2018, n. 5057), ma la sua ammissibilità nella materia dei contratti nel settore di beni culturali, caratterizzati da una particolare delicatezza derivante dalla necessità di tutela dei medesimi, in quanto beni testimonianza avente valore di civiltà, espressione di un interesse altior nella gerarchia dei valori in giuoco (art. 9 Cost.)“.

Su tali presupposti, pertanto, il Giudice Amministrativo si è risolto nuovamente nel senso che, quanto ai beni culturali, la qualificazione a monte del Consorzio non esonera le singole consorziate indicate per la esecuzione dall’essere in proprio titolari di certificazione diversamente prefigurandosi una carenza non sanabile del requisito.

Avv. Marcello Russo